
CHE SIA UN ANNO
DI PAROLE BELLE
LIBRI MERAVIGLIOSI
PENSIERI CORAGGIOSI
INCONTRI MAGICI...
TROPPO, EH?
RAGAZZI, MAI SMETTERE DI
SOGNARE
Vi abbraccio e ringrazio per questo anno insieme, anche qui su
Sdiario.
Barbara


Quando ero una ragazzina, scrivevo e ricevevo un sacco di lettere. Ne ho uno scatolone pieno che da anni non apro perché ormai scrivo e ricevo solo e-mail. Non è che non apprezzi queste ultime, è che mi manca la rituàlità dello scrivere una lettera su una carta da lettera, con una bella stilo (o penna, o matita, o pennarello o quel che è), rileggerla, piegarla, infilarla nella busta, scriverci sopra indirizzo e mittente, chiuderla, afferrare un francobollo, leccarlo, appiccicarlo e infilare la busta nella buca della lettere e poi, aspettare. Aspettare che le beneamate poste italiane recapitassero la mia lettera al destinatario (senza incocciare in qualche postino pazzo che se la teneva lui, la mia lettera), immaginare il destinatario ricevere la busta, aprirla, cominciare a leggere, sorridere, ricordare, e poi, al momento giusto, quando ne aveva proprio l'ispirazione e la voglia (perché è così che funziona con le lettere: o hai proprio voglia di scriverle, o lascia perdere, vengono malissimo), ripetere la stessa mia operazione fino a spedirmi la sua lettera. E io riceverla aprirla leggerla sorridere ricordare, e così via.
Ho amiche con cui ci siamo scritte per anni perché quello era l'unico modo per noi concepibile di tenerci in contatto. Chili di lettere. Certo, c'è il problema della foresta amazzonica, lo capisco, ma esiste la carta riciclata...
No, non è questione di materiale; è questione di tempo. Quello che non ci concediamo più per un'azione obsoleta come scrivere una lettera né per molto altro ancora.
Non abbiamo tempo.
Chissà cosa dobbiamo fare? Dove dobbiamo andare così di fretta?
Comunque, io, non ho mai smesso di aspettare e quando sento il motorino del postino (che fa pure rima), alle 9.30 puntuale come un orologio svizzero, mi dico: magari ha un lettera per me...
e le sue risate e il suo sguardo severo e vitale e la sua pazienza quando lavorarava con il vetro e l'allegria quando era con gli amici e gli abbracci quando avevo paura e i pomeriggi trascorsi sul balcone di casa a chiacchierare e le tappe ai ristoranti e il suo sapersi gustare cibi e vita il suo essere sempre in mezzo alle donne il lamentarsene ma restarci sempre (chiamalo fesso) le sue bretelle colorate le camicie con i taschini che se non li aveva dava i numeri perché dove metto le mie matite i fazzoletti le centolimla chiavi il portafogli i biglietti sparsi e le arrabbiature perché la sinistra non è mai riuscita a restare unita mentre i padroni sì abbracciarlo quando ero in acqua e mi diceva non allontanarti troppo e le sue prese in giro (cos'è quello? indicando il mio sedere. Un sedere papà. E lui: Uno?) e quando si perdeva in macchina ovunque e comunque e quando s'incazzava perché si perdeva e il suo non lasciarmi mai mai qualunque cosa accadesse mai e quando guardava i suoi film preferiti cento volte (come me) e quando citavamo Totò a memoria e quando ci passavamo i libri e quando severo leggeva i miei dattiloscritti e correggeva sul foglio con la matita e non me ne lasciava passare una quando abbracciava gli amici forte con tutto se stesso perché la formalità non sapeva dove fosse di casa e i rapporti dovevano essere veri se no perché avere gli amici e quando girava per mercatini e comprava delle cose assurde o delle cose stupefacenti e quando lavorava il legno e quando faceva i soldatini con i tubi di plastica e li faceva perfetti copiandoli dai libri di storia e quando si addormentava davanti a Geo & Geo ma non ne perdeva un puntata e quando scriveva sui suoi quaderni con la sua calligrafia allungata verso destra e quando disegnava e quando viaggiavamo in macchina in silenzio o con la musica a palla e quando guardava me e Giampaolo come fossimo due perle perfette e e preziose.
Rivoglio tutto. Ogni giorno ora minuto secondo.
Lo rivoglio e basta.
Oh, ognuno c'hai i suoi sogni.

Una delle più belle, geniali, intelligenti, stralunate trasmissioni della televisione italiana di tutti i tempi.
Era il 1973. Gli autori: Guido Clericetti, Ludovico Peregrini, Enzo Jannacci e, non accreditato, Beppe Viola. Regia di Giuseppe Recchia
Non avevo neanche deci anni, eppure me la ricordo benissimo quella trasmissione. Ricordo che Renzo e Franca mi davano il permesso di guardarla e non, come succedeva di solito, dover andare a letto al massimo alle nove perché il giorno dopo c'era scuola.
Mi ricordo quanto mi facevano ridere e ricordo che capivo tutto, anche se, per quei tempi, era un programma innnovativo e strano e io una bambina. E forse era quello: la magia della comicità intelligente e apparentemente strampalata che si faceva capire, che arrivava, con poetica e comica follia.
Erano anni bollenti, di lotte e morti violente, scontri e vittorie, come l'accordo tra Federazione unitaria dei sindacati confederali e Federmeccanica in cui vengono adottate le 39 ore settimanali lavorative. Renzo, impegnato nel sindacato, mi raccontava, in modo semplice, cos'erano i diritti dei lavoratori e qual era la fatica per conquistarli. E anche le sue parole arrivavano.
Nel bene e nel male, eravamo vivi e partecipi.
" Non si sa mai, non si sa mai, quello che al mondo ci può capitar. Non si sa mai, non si sa mai, quello che è stato non può più tornar. Non si sa mai, non si sa mai, tre o quattro sbagli al giorno tu puoi far, ma se si tratta dopo di pagare io mi sento male, sai non si sa mai..."
(A me mi piace il mare)
Profetica canzonetta...


Quando ero piccola mi avevano regalato la bambola di plastica di Susanna tutta panna (credo fosse quello che oggi definiamo gadget ). Mi piaceva tantissimo. Più del formaggino. Aveva quella faccia lì, piena di lentiggini, grassotella spensierata e allegra. Prometteva pensieri felici e rotondi. Ora di pensieri felici non ce ne sono moltissimi, ma la rotondità è sicuramente una forma che mi appartiene.

Con i suoi errori, le sue irruenze, la sua passionalità, il suo senso dello stato e la sua capicità di lottare e la mancanza di tatto e formalismi.
"Alessandro Pertini detto Sandro (Stella San Giovanni, 25 settembre 1896 – Roma, 24 febbraio 1990) è stato un politico, giornalista e antifascista italiano. Fu il settimo presidente della Repubblica Italiana, in carica dal 1978 al 1985.
Durante la Prima Guerra Mondiale, Pertini combatté sull'Isonzo, e per diversi meriti sul campo gli fu conferita una medaglia d'argento al valor militare nel 1917. Nel Dopoguerra aderì al Partito Socialista Italiano e si distinse per la sua energica opposizione al fascismo. Perseguitato per il suo impegno politico contro la dittatura di Mussolini, nel 1925 fu condannato a otto mesi di carcere, e quindi costretto a un periodo di esilio in Francia per evitare una seconda condanna. Continuò la sua attività antifascista anche all'estero e per questo, dopo essere rientrato sotto falso nome in Italia nel 1929, fu arrestato e condannato dal Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato prima alla reclusione e successivamente al confino.
Nel 1943, alla caduta del regime fascista, fu liberato, e partecipò alla battaglia di Porta San Paolo nel tentativo di difendere Roma dall'occupazione tedesca. Contribuì poi a ricostruire il vecchio PSI fondando insieme a Pietro Nenni il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Nello stesso anno fu catturato dalle SS e condannato a morte, ma riuscì a salvarsi grazie a un intervento dei partigiani dei GAP.
Divenne in seguito una delle personalità di primo piano della Resistenza italiana e fu membro della giunta militare del Comitato di Liberazione Nazionale in rappresentanza del PSIUP. Da partigiano fu attivo soprattutto in Toscana, Val d'Aosta e Lombardia, distinguendosi in diverse azioni che gli valsero una medaglia d'oro al valor militare. Nell'aprile 1945 partecipò agli eventi che portarono alla liberazione dal nazifascismo, organizzando l'insurrezione di Milano, e votando il decreto che condannò a morte Mussolini e altri gerarchi fascisti.
Nell'Italia repubblicana fu eletto deputato all'Assemblea Costituente, quindi senatore nella prima legislatura e deputato in quelle successive, sempre rieletto dal 1953 al 1976. Ricoprì per due legislature consecutive, dal 1968 al 1976, la carica di Presidente della Camera dei deputati, per essere infine eletto Presidente della Repubblica Italiana l'8 luglio 1978.
Sconfinando spesso oltre il semplice ruolo istituzionale, il suo mandato presidenziale fu caratterizzato da una forte impronta personale che gli valse una notevole popolarità, tanto da essere spesso ricordato come il "presidente più amato dagli italiani"
(da Wikipedia)

Siccome è un periodo in cui ho il cervello in fermento e ho voglia di capire e carpire idee, fantasie, parole, storie di tanti, mi è venuto in mente un altro gioco: Rivoglio! Tutto quello che mi manca, dalle cose piccole e superflue (ma non c'è nulla di più necessario del superfluo, diceva quel tale...), a quelle importanti.
Una galleria di imagini di cose e volti amati e perduti, mondi che ci hanno accompagnato nella vita e che ora sono riverberi, di quelli che ti scambi dicendo: "Ma ti ricordi...?"
Il piacere malinconico della nostalgia.
Potete partecipare, se vi va...
Inizio con la coccoina perché questa mattina mi sono spalmata una crema con un profumo che me l'ha riportata alla mente (solo che quello della coccoina era più buono...). Ma ve la ricordate? Un barattolino di metallo argentato, con la spatolina per raccogliere e spalmare la colla.
Io non riuscivo mai a prendere le misure per la giusta quantità, perciò o caricavo sulla spatolina delle palle di neve di colla con cui avrei potuto attaccare alle pareti di casa la tapezzeria, o se no ne mettevo un velo e a furia di tirare facevo dei buchi grandi così nella carta...
Ma la cosa più bella era l'odore della coccoina...: mandorle, cocco, caramelle, isole lontane... Sniffavamo e colla e non lo sapevamo... :-) Bei ricordi, però...
III elementare 1939
Ero stato messo nella 3 C, la sezione dei ripetenti, non so perché, dal momento che io non avevo mai perso un anno.
In classe c’era il “fior fiore”, a parte alcuni come il Bianchi che era chiaramente anche li fuori posto.
In primis il già nominato Marazza, poi il Pierfupèta (così detto per una conca che aveva sulla sommità del cranio, detta “fupèta”, cioè “piccola buca”). Poi il Magni, mio compagno di banco, che aveva l’otite e non sentiva quasi niente.
Poi c’era il Brusca, che era il più grosso della scuola e che aveva sotto la sua ala protettrice il Bianchi, il più intelligente della classe.
Nessuno poteva neanche guardarlo il Bianchi perché la figura massicia e l’aria feroce del Brusca chiarivano tutto.
Tra loro due c’era il rito dei compiti e della merenda, che si svolgeva così: il Bianchi entrava in classe vestito come il modello del perfetto alunno: grembiulino nero al ginocchio, colletto bianco tondo amidato e un enorme fiocco blu. Si sedeva al banco davanti al Brusca, posava la cartella sul banco e toglieva il sacchettino con la “veneziana” e la passava dietro al Brusca, poi prendeva i quaderni dei compiti non fatti da quest’ultimo e su un foglio di brutta glieli faceva in quattro e quatr’otto. Il Brusca riportava a fatica in bella copia e tutto era concluso.
Così Bianchi era diventato un INTOCCABILE.
Il Magni quando veniva chiamato dalla maestra Trivulzi, il più delle volte non sentiva, allora io gli davo una gomitata e lui rispondeva: <<Eh?>>, e la maestra paziente spiegava: <<Non si risponde ‘eh?’, si risponde: ‘presente’>>. Il Magni mi guardava perplesso e in milanese mi chiedeva: << Se la dì?>> (cosa ha detto?), e la maestra rispiegava.
Quando il Brusca era chiamato alla lavagna per qualche esercizio di aritmetica era un incubo per tutta la prima fila. La maestra magari gli dettava una divisione semplice e lui faceva finta di pensare e invece dava occhiatacce indietro per ottenere suggerimenti che arrivavano in ordine sparso e di diversa qualità. Lui scriveva un numero col gesso e guardava spaventato la maestra che dopo un po’ alzava gli occhi dal registro e diceva: <<No, è sbagliato>>.
Allora il Brusca, furente, cancellava con gli avambracci facendo sulla lavagna una macchia bianca che si allargava sempre di più. Poi indietreggiava impercettibilmente, roteando occhi e mani, minacciando tutti finché arrivavano altri suggerimenti misti, e tutto ricominciava.
Quasi sempre finiva che la maestra lo rimandava a posto sudato fradicio e furente, con la lavagna tutta bianca di gesso sparso. Quando tornava a casa, sua mamma vedeva le maniche del grembiule tutte bianche e capiva com’era andata, ed essendo una donna grande e grossa, a differenza del padre che era mingherlino, lo menava di santa ragione.
Una volta, dal banco, venne interrogato in storia e lui, il Brusca, era tutto felice perché da quella posizione era più facile sentire i suggerimenti; ma quel giorno il Bianchi non c’era, così quando la maestra gli chiese chi era l’imperatore dei francesi che era sceso per primo in Italia, io gli suggerii sottovoce il nome, e lui con occhi brillanti, tuonò:<<Napoletone!>>

Qual è il Renzo?